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novembre 2012 - novembre 2013



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BEPPE DELLEPIANE


OMBRA E SOGNO SONO IL PESO DELLA LUCE
(Palazzo Ducale, Spazio 42R - novembre/dicembre 2012)


BIANCO, NERO, GRIGIO

Haec etiamsi ficta sunt a poeta
non absunt tamen a consuetudine
somniorum (1)

Cicerone


Bianco, nero, grigio. Il bianco in passato era il bianco gessoso calcinato steso sugli oggetti, Morte nature e Angeli diurni sospesi a mezz’aria su aste sottili, affondati in un tempo senza tempo. E più addietro il bianco era il bianco polemico delle Cancellazioni e ancora, agli inizi, un bianco raggrumato sulle Radici della terra.
Il nero, poi, era il nero opaco del grande Nudo di stracci, za-vorrato di pietre e aperto in una bocca strombata, un urlo senza suono; il nero del Diavolo goffamente insaccato su un treppiede da cui pende una coda ritorta. Il grigio era il grigio cupo, talvolta macchiato di bruno, di Faccia-corpo, dell’Uomo cubico, dell’Ubriaco barcollante fra quinte di case.
Nero, grigio, bianco (quasi bianco o più che bianco), insieme, compongono ora la gamma delle pagine in cui Beppe Dellepiane, come il cieco evocato da Giacometti, che “avanza la mano nel vuoto (nel nero? nella notte?)” (2), attraversa la cortina dell’ombra per riportare alla luce figure di un immaginario quotidiano e archetipico, sempre identico e sempre nuovo.
Nelle case, scale, condotti, animali, appena definiti benché delineati con un segno che arriva ad incidere, l’ιδιος κοσμος, il mondo personale verso cui si volge il dormiente, viene afferrato e trascinato alla soglia del κοινος κοσμος, il mondo comune dell’esperienza intellegibile (3).
In una sorta di frottage rovesciato, a levare anziché a mettere, l’artista scopre nel foglio spazi luminescenti, “radure” (4) in cui l’immaginazione attiva può sostare e chiarirsi a se stessa.
Il fondo buio della stesura originaria, asportato con tratti convulsi e ripetuti, si converte in una trasparenza velata da scorie e addensamenti, inducendo un’atmosfera onirica dove le figure spiccano, circoscritte in profili elementari, come parvenze cristalline. Scale e parallelepipedi (che possono essere sedie, case, immagini traslate del corpo e dell’anima), sospese nel piano, marcano uno slancio in ascesa, tenuto in equilibrio da correnti orizzontali, da sequenze ritmate di triangoli o di ovali acuminati.
“Ciò che pesa, nell’uomo, è il sogno”, ha scritto Bernanos (5). A Dellepiane - che pure nelle fasi precedenti ha assunto appieno nel proprio lavoro l’oppressione e l’angoscia dell’esistere - in queste carte recenti riesce il prodigio di renderlo lieve, senza privarlo della sua consistenza simbolica, entrando in dialogo con l’ombra per liberare la grazia (6) che vi si nasconde.

Sandro Ricaldone

Note:
1) “Queste cose, sebbene inventate dal poeta, non sono distanti dalla consuetudine dei sogni”. Cicerone, De divinatione, Lib. I, XXI.
2) “Un aveugle avance la main dans le vide (dans le noir? dans la nuit?)”. Alberto Giacometti, Un aveugle avance la main dans la nuit, XXe Siècle, n.s., n. 2, pagg. 71-72, 1952).
3) “Per i desti il mondo è uno e comune, ma quando prendono sonno si volgono ciascuno al proprio”. Eraclito, frammento Diels-Kranz B89.
4) Il riferimento è a Maria Zambrano, Claros del bosque, Seix Barral, Barcelona 1977 (trad. it. Chiari del bosco, Feltrinelli, Milano 1991).
5) "Ce qui pèse dans l’homme, c’est le rêve". Georges Bernanos, La Joie, La Pléiade, 1966, p. 615.
6) Il riferimento è al titolo italiano (L’ombra e la grazia) con cui Franco Fortini ha reso l’originale La pesanteur et la grace del volume postumo di Simone Weil (ed. Plon, Paris 1947) che si apre con l’annotazione: “Tutti i moti naturali dell’anima sono retti da leggi analoghe a quelle della pesantezza materiale. Solo la grazia fa eccezione”.